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SUBURRA GRATIS SCARICARE

Posted on Author Zuzil Posted in Multimedia


    Group logo of Suburra - La Serie Film Completo In Italiano Download Gratuito Hd p. Public Group active 7 months, 3 weeks ago Suburra – La Serie. Voto IMDB. Totale voti: 41 1 Estrella 2 Estrella 3 Estrella 4 Estrella 5 Estrella 6 Estrella 7 Estrella 8 Estrella 9 Estrella 10 Estrella. trailer più recente. Guarda gratis tutto ciò che vuoi. PROVA GRATIS PER 30 GIORNI Suburra: La Serie: Stagione 2 (Trailer). 1 0 10? Suburra (Trailer). Se vuoi scaricare le serie TV di Netflix sul tuo PC, devi avere Windows 10 come anche se in promozione ci sono 30 giorni di prova gratuita nei quali poter.

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    Sistemi operativi: MacOS. Android. iOS. Windows XP/7/10.
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    Una storia della malavita Una Roma lunare e sguaiata scenario di una feroce mattanza. Un Grande Progetto che seppellirà sotto una colata di cemento le sue periferie. Due vecchi nemici, un bandito e un carabiniere, che ingaggiano la loro sfida finale. Tanti altri erano morti, qualcuno era diventato infame, qualcuno si faceva la galera in silenzio, sognando di ricominciare, magari con un lavoretto senza pretese.

    E non da quegli stronzi di Ostia che ti parano pure il culo qua di fuori. Tieni, qui nello zaino ci sono i tuoi profumi. Diciamo che ci pippi tu e le tue amiche per una settimana.

    E diciamo che fanno cinquemila. Ché è meglio. Tu prepara i soldi. Cominciamo con cinquemila a settimana. Se poi fai qualche festa, io ti posso coprire di roba. Ah, tanti saluti dalla nostra comune amica. Ti ricordi di Sabrina, vero? Malgradi lo seguí con lo sguardo finché lo vide uscire su largo dei Lombardi. La sua voce tremava, ai confini del piagnisteo. È uno de Cinecittà. Si è presentato qui in fondazione. Si è messo a sbraitare davanti a tutti che io e lei… ecco, sí, insomma… Che certe cose ora vanno fatte solo con lui.

    Ecco, vede, volevo un suo consiglio. Perché, ecco, non vorrei altre seccature. Questa è gentaglia che magari parla in giro. Faccia che è già risolto. Squisito come sempre. Al solito posto. Cazzo, che bel nome. Era cominciato come uno scherzo quando, a Ostia, da pischello sbancava nelle sale biliardo tra Levante e Ponente.

    Quando lo chiamavano ancora Cesare, il nome che gli aveva dato suo padre. Quello lo conoscevano tutti e tutti evitavano anche solo di pronunciarlo. Era cominciato quando prima di ogni partita, prima di affondare la stecca, si era messo a sollevare dal tavolo verde la palla — la numero 8, sempre quella — lasciandosela rotolare sulla coccia precocemente calva. Poi era diventata una cosa seria. Molto seria. Lui era diventato una persona seria.

    Padrone di Ponente a soli trentacinque anni. Qualche merda continuava a dire che il merito non era suo. Dicevano che se non fosse stato per zio Nino, a Ostia di lui e della sua famiglia non sarebbe rimasta neanche la puzza. Va bene, Nino e Libano si erano apparati e gli Adami erano sopravvissuti anche alla banda.

    Libano era morto. Dandi era morto. Zio Nino invece aveva messo i capelli bianchi e, nel vuoto, era rimasto il solo padrone del litorale. Coca, hashish, eroina. Napoletani, siciliani, calabresi. Poi — siccome le cose si fanno come si deve — la famiglia si era allargata. Era il primogenito dei Sale, antica famiglia di Ponente, tra le prime a essere deportate a Nuova Ostia dalle borgate di Roma, un matto scocciato.

    Denis aveva sposato una discendente degli Anacleti, i padroni di Roma Est. Un matrimonio durato poco, datosi che la poverina era finita contro un pino della Colombo su una Mercedes Slk. Comunque, Adami, Sale, Anacleti, mica cazzi.

    Il capolavoro di zio Nino. Tre famiglie e mezza Roma in saccoccia. Da est a ovest. Eur, Axa, Infernetto, Casalpalocco e Ostia, di qua. Ventotto chilometri di raccordo anulare che sembravano la corona di una regina. Stava a bottega da cinque anni, ormai. Associazione per delinquere e traffico di stupefacenti. Ma doveva stare tranquillo. Ormai ci pensava lui, Ernummerootto.

    Era lui il capo, ormai. E per questo Spadino aveva chiuso. I pini di Coccia di Morto gli si pararono davanti come le quinte di un teatro. Buio alle spalle. Buio di fronte.

    Quel posto glielo aveva fatto scoprire suo padre da bambino. Se ne andavano insieme lí sotto al tramonto con una radiolina modificata e si sintonizzavano sulle frequenze della torre di controllo. Ascoltavano i colloqui fra la torre e gli aerei in decollo e atterraggio.

    Potevano scoprire chi arrivava da dove e chi partiva per dove. Bei tempi. Poi il Libano aveva parcheggiato papà, e lui le basse frequenze aveva imparato a usarle soltanto per ascoltare la madama. Spadino era rimasto al volante, con il finestrino abbassato. Come fa quel comandamento? Malgradi, ora, è roba mia. E io ho fatto le grandi pulizie. Ti basta come giustificazione? Fu questione di secondi. Non avvertí neppure troppa resistenza.

    Picchiando quella testa, ormai poltiglia, contro il tronco. Erano passati cinque minuti, forse. Mai girare senza benzina di riserva. Fece rapidamente retromarcia mentre la Smart e il suo conducente diventavano una palla di fuoco. Ci hai ragione. Io e te nun avemo niente da disse. Aveva assunto il comando della sezione anticrimine da appena due settimane e da due settimane aveva ricominciato a fumare le sue Camel light, gettando al vento tre anni di faticosissima astinenza.

    Gennaro Sapone. Una faccia anonima, da impiegato. Era uno dei peggiori killer di Scampia. Da quel giorno Sapone era sparito. Lo cercava la gente del quartiere. Lo cercava lo stato. Quindi lui, Marco. E ora, se la soffiata era giusta, la corsa stava per finire. Su quel binario. Era la prima, vera operazione da quando Emanuele Thierry de Roche, il generale comandante del Ros, lo aveva richiamato in sede, restituendolo alla sua Roma dopo undici anni di vagabondaggi con le missioni diplomatiche della Msu, la Multinational Special Unit.

    Si conoscevano da una vita, lui e Thierry. E Marco, che a Emanuele doveva tanto, forse tutto, non aveva ancora capito perché fossero diventati amici, loro, cosí diversi. Thierry alto, asciutto, formale, ultimo discendente di Luciano Bonaparte principe di Canino, pronipote di Napoleone il Grande, pensa te, e Marco. Che per tutta la vita sarebbe rimasto un ragazzaccio di Talenti. Forse perché su una cosa la pensavano allo stesso modo: Roma andava salvata.

    Soprattutto da sé stessa. Le ventitre. Un finto capotreno in testa alla pensilina. Uno spazzino in coda. E, in mezzo, un ambulante posticcio che armeggiava nella cesta delle bibite.

    Gli sportelloni si aprirono. Troppa gente. Malatesta conosceva bene quella sensazione. E fu allora che Sapone scese. Marco lo capí dal rumore dei due colpi di calibro 38 esplosi a casaccio dalla pistola che il napoletano stringeva nella destra e che precedettero di qualche istante le grida di una giovane madre. Sapone li aveva sgamati. I ragazzi di Malatesta si ripararono dietro i pilastri che sorreggevano la pensilina e puntando le armi di ordinanza intimarono una resa impossibile.

    Getta la pistola! Venite, se tenite curaggio! La bambina piangeva. La madre urlava. Gli altri passeggeri si affrettavano a dileguarsi.

    Situazione di stallo. Gli ordini, in questi casi, erano precisi e inderogabili. Bisognava ripiegare. Evitare a qualunque costo danni ai civili. I militari abbassarono le armi. Marco scosse la testa.

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    Ci sono cose che vanno fatte, e basta. Perfettamente bilanciato, il braccio destro lungo il corpo stringeva la Beretta. Non ti muovere, cazzo! Non rispose. Sapeva di non dover sprecare troppo fiato. Le parole dovevano solo fargli guadagnare qualche frazione di secondo.

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    O accido a te o alla guaglioncella! Sapone avrebbe ucciso la bambina. Questa era la verità. Ci sarebbero state polemiche a non finire, certo. E quasi sicuramente un provvedimento disciplinare. E come sempre, Marco avrebbe tirato dritto per la sua strada. Diede le spalle alla donna per occuparsi del camorrista che i suoi stavano medicando. Le possibilità erano tre, pezzo di merda. E la terza è toccata a te. Smart bruciata. Cadavere carbonizzato. Vai e dimmi. Qualcuno aveva pensato di costruirci il nuovo stadio della Roma.

    Chi sa se era una buona idea. Una funivia. E perché non una stazione termale, e campi da sci con la neve artificiale? Conosceva come le sue tasche la scena del crimine. A Coccia di Morto lo portava il padre da ragazzino. A vedere gli aerei. Su cui non aveva mai fatto mistero lo sognasse un giorno comandante. Povero papà! Gliene aveva fatte passare di tutti i colori.

    Lo aveva odiato. Lo aveva distrutto. E solo troppo tardi si era reso conto di quanto fosse stato ingiusto con lui. Un vero bastardo. Capí che era arrivato dalla puzza. La carcassa calcinata della Smart galleggiava in un tappeto di fango, acqua e schiuma antincendio non ancora rappresa.

    Aveva imparato a fare cosí dal primo cadavere che aveva dovuto raccogliere, un cinese nel canale di scolo di una conceria clandestina. Doveva camminare prima di presentarsi di fronte alla morte. Alba era giovane, determinata, desiderabile. Ma era innamorata. E questo, per Marco, era un problema insolubile. Rivolse lo sguardo verso la carcassa della Smart e fece cenno alla Bruni di seguirlo.

    Fu investito da un lezzo di carne e plastica fuse insieme. Per il resto, il fuoco aveva cancellato tutto. Avete guardato qui intorno? Oltre ai denti abbiamo altro? È un pantano. Comunque, hanno spento la macchina in tempo per salvare una delle piastrine del telaio. Se siamo fortunati dovremmo riuscire almeno a risalire a chi è intestata la Smart.

    E, a un primo esame visivo, appartengono al cadavere. Dovremmo avere i risultati in un tempo ragionevole. Malatesta annuí lentamente. Almeno per il momento, generale. Anche perché siamo a caro amico. Ancora non sappiamo se il cadavere è di un uomo o di una donna. Come al solito, nella storia di Sapone, te ne sei fottuto degli ordini… — Se fossi stato tu al mio posto… — Guarda che il mio è un complimento, mica un rimprovero. La Bruni sorrise.

    Qualche giorno dopo la morte della lituana, Sabrina aveva ricevuto una telefonata. Sono stato chiaro? Tu dimenticati tutto e continua a vivere in pace. Continua cosí. Sabrina era una ragazza pragmatica.

    A diciassette anni aveva già ripetuto due classi al tecnico commerciale.

    I libri le facevano schifo. Doveva inventarsi qualcosa, o sarebbe presto finita come quel sacco informe di sua madre, una fallita che si spaccava la schiena a insaponare la testa di vecchie stronze per quaranta euro al giorno in nero. Ma da dove cominciare? Se si guardava intorno, nel quartiere, a scuola, fra le amiche, vedeva solo apatia e miseria.

    Pochi soldi, ma per una pizza e una canna sempre meglio di niente. Cosí non si poteva andare avanti. Ci voleva una svolta. Sandro aveva organizzato in suo onore una festa al Palacavicchi, la megadiscoteca alle porte di Ciampino.

    Lei aveva accettato. Tutto, meglio di quella serata assurda. Lui si chiamava Enzo e faceva il broker per un pool di compagnie assicurative.

    Scoparono, aiutati da uno schizzo di coca. Era la prima volta che Sabrina provava la coca. Le piacque. Sabrina poteva mettersi a piangere. O a ridere. Sabrina poteva ribellarsi o rammaricarsi.

    A lei la scelta. Sabrina comprese, in quel preciso momento, che la mano pietosa del destino la stava sollevando dalla miseria per offrirle un luminoso futuro. Quella era la svolta. Quella la vocazione. Chiama quando vuoi. Se hai qualche amico da mandarmi, è il benvenuto. Ma Sabrina era una ragazza pragmatica. Non pensava certo di invecchiare smarchettando. Ancora tre anni e poi basta, stop. Avrebbe aperto un posto tutto suo. Un bar. O un negozio di parrucchiera, perché no.

    E magari alla cassa ci poteva mettere mammà. Ma ora, buonanotte. Il telefonista era stato chiaro. Molto chiaro. Malgradi aveva mosso le sue leve. Avrebbe dovuto avvisarlo? Ma perché, poi? Spadino era un pezzo di merda come tutti gli altri.

    E se non fosse bastato? Se avessero deciso che lei rappresentava comunque un pericolo?

    Traduzione di "lupanare" in spagnolo

    Sarebbe stata sufficiente, come metamorfosi? E intanto, come si metteva con gli affari? Aveva un debole per Sabrina, e non solo per lei: a furia di frequentare gli uomini, aveva imparato a odiarli.

    Le donne, loro, erano, e sempre sarebbero state, sorelle. Erano ammesse solo donne. Non ho ancora abbastanza da parte per potermelo permettere. I comunisti? Ma quelli ci odiano! In fondo, lei non era ancora arrivata a quel punto. Nonostante il buio, la sabbia nera di Ostia Ponente era ancora tiepida. Municipio XIII. Cooperativa sociale di interesse pubblico.

    Concessione demaniale n. Handicappati e regazzini, seeh! Cooperativa, seeh! Con gli arenili non si scherzava. Quegli ottocento metri di spiaggia chiusi a nord dal frangiflutti del porto turistico valevano oro.

    Come ogni metro di spiaggia da Ponente ai cancelli di Capocotta.

    Semo o no padroni a casa nostra? Il Waterfront, gli aveva spiegato un giorno il Samurai, sorridendo. Boardwalk Empire. Atlantic City, Italia. Pensa, prova a pensare. Sforzati di elevarti dal marciapiede, ogni tanto. Almeno qualche centimetro. So che per te è quasi impossibile, ma provaci. Non dico sempre. Qualche volta. Il Samurai, come faceva sempre, lo aveva guardato con un tratto di compassione, rapidamente scolorita in una smorfia di disgusto. E aveva tradotto come si fa con gli analfabeti.

    Questo significa Waterfront, sottocorticale che non sei altro. Ernummerootto era permaloso come una scimmia. Un matto che prendeva fuoco per niente. Ma aveva abbozzato per il rispetto che doveva. E per il grano che quella roba prometteva.

    Il mare è di tutti — seeh, bum! E avevano affidato sei lotti in concessione — mica uno — a una manica di straccioni. Cooperative, le chiamavano. Ma cooperative di che? Di zecche maledette.

    Lo teneva per le palle. Le cose erano cambiate. Parole che erano musica. Soprattutto, il segnale che bisognava darsi da fare. Perché se, putacaso, lo stabilimento ti va a fuoco, di chi è la colpa? È il mercato, no? E lo dice pure la legge. Ma dove dicevano loro. Lontano dalla spiaggia, dove non davano fastidio. Tanto che gli cambiava. Tutta opera sua, der Nummerootto. Perché toccava a lui. Uno a settimana. Sempre di notte. Sempre con la stessa benzina e lo stesso innesco rudimentale, piazzato nella centralina dei sistemi elettrici degli stabilimenti.

    Il resto veniva da sé. Asciugati dalla salsedine, capanni, ombrelloni, gazebo bruciavano come carta di giornale. In un attimo. Ci venivano da tutta Roma a vedere i pitbull strapparsi la carne a mozzichi. Era mezzanotte passata e doveva darsi una mossa.

    Peter Pan, a noi due. Spedí un Sms a Robertino, uno dei suoi che si portava dietro da quando era pischello. Il primo fischione salí dritto sulla verticale di piazza Lorenzo Gasparri mentre lui manometteva il quadro elettrico del Peter Pan.

    Nuova Ostia, la sua Ostia. In quello stabilimento, i ragazzini ci andavano davvero e il lavoro di distruzione richiedeva uno straordinario.

    Lo scivolo di due metri, fatto a forma di castello medioevale, e i giocattoli, trattori e cavallucci di plastica, pile di secchielli e formine, e i surf, i Gormiti e i Pokémon… insomma, un lavoraccio di mano, e prima di accendere.

    Nuova di pacca. Perfettamente bilanciata, con ancora il filo di fabbrica. Il manico in legno chiaro, la testa rossa. Tic, tac, tic, tac. In meno di dieci minuti, fece a pezzi il castello dei sogni con furia metodica.

    Accompagnava ogni colpo con un motto di sorpresa e un sorriso. Poi venne il turno della spianata dei trattori, dei cavallucci, dei surf. Prima la sigaretta. Poi Peter Pan. Mise in moto mentre una fontana color lillà chiudeva i giochi di fuoco nel cielo di Ponente. Proprio sulla spiaggia di Coccia di Morto. Mille metri quadri di legno e vetro sul mare.

    Quattrocento metri di bar attraversato perpendicolarmente da un bancone a forma di fascio littorio. Una palestra con cinque tapis roulant che guardavano la battigia, un ring da boxe e una tale quantità di pesi da tenere in forma una squadra olimpica. In un angolo, verso il magazzino dove tenevano gli alcolici e, al bisogno, i ferri, e che aveva chiuso con due porte blindate a combinazione, aveva attrezzato anche un centro tatuaggi tribali, Er Geko, con lettini con materassini ad acqua.

    E, naturalmente, aveva ricavato lo spazio per tre dark room che sembravano una collezione di camere da letto di Scarface. Quel giochetto gli era costato un fischio. Ma non di materiali o manodopera, ché per lui la gente lavorava gratis. Un piranha. Centomila subito in pezzi da dieci. Ma con i permessi, almeno, era in regola. Ernummerootto puzzava. Di legno, plastica bruciata e sudore.

    Gran culo che aveva quella bambina. Piccolo, alto. Ma non perché se la scopava. Perché sulla strada era cattiva come una strega, e nel letto docile come una geisha. Ma dopo. È venuto insieme a quel sorcio di Spartaco. Morgana uscí. Lui si fece una doccia veloce, massaggiando a lungo il collo e il petto su cui rideva, tra i peli, una faccia da joker.

    Rocco Anacleti, il capo degli zingari di Roma Est e padrone di Spadino, gli si fece incontro abbracciandolo, aprendosi la strada a fatica in una bolgia di ragazzine pippate, avvocati, dottori e qualche coatto ripulito di Fiumicino. Di Spadino, evidentemente, non sapeva niente. Ma proprio niente. Cinecittà è diventata un circo. Troppa gente che alza la cresta.

    Nun ce se crede. Ernummerootto finse di cadere dalle nuvole. No, perché? E quando? Comunque, è sparito. E dice che alla Pineta hanno trovato uno bruciato. E Spadino ci ha una Smart. Provo a chiedere in giro. Oh, ho visto che te sei portato Spartaco. Era un ex camerata sui cinquantacinque, con un passato da campioncino di kick-boxing finito presto e male.

    Era stato radiato dalla federazione per aver mandato in coma un avversario. Gli aveva sfondato la scatola cranica con un calcio mentre era al tappeto. Si era gettato nel giro delle radio, e per tutti era Spartaco il giornalista. Il giornalista. Era il pupazzo di chi lo pagava, Spartaco. E infatti era lí per quello. Dimme che te serve. Non rispose neanche. Venga, si accomodi, non resti sulla porta. Lei è… — Justine. Ma in fondo, che importa? Venga, venga, cara. Il Professore ai suoi tempi era stato famoso, molto famoso.

    Tanto famoso che persino Sabrina aveva sentito parlare di lui. Proprio qualche sera prima del loro incontro, Sky aveva mandato una vecchia pellicola tratta da uno dei suoi romanzi di successo.

    Il tono con il quale illustrava i suoi tesori era stanco, rassegnato, vagamente ironico. Come dire: ma che spreco a fare il fiato con te, che sei ignorante come una capra? Finisco di prepararmi e sono subito da lei. Immagino che Teresa le abbia detto di che cosa si tratta… Justine. Vive nel passato. Un uomo senza più nulla da perdere. La caccia al mostro è iniziata. Dentro la tua mente.

    Teresa Battaglia è più di una protagonista: è una luce piena di ombre, uno spazio dentro il nostro cuore. È già indimenticabile. Occhi spalancati e labbra socchiuse. Come se fosse morta mentre era sul punto di parlare… Quando un ragazzo scopre il cadavere di una donna sotto una spessa lastra di ghiaccio in un parco di Londra, la detective Tra gli scrittori di thriller, Lee Child per me è il numero 1.

    Un giorno fa caldo, quello dopo il freddo e l'umidità ridestano la gente dall'illusione di una vacanza perenne e la riportano alla realtà.


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